Chi di noi, almeno una volta, non ha pensato alla depressione come a una condizione immotivata e caratterizzata da egocentrismo spicciolo?
Chi di noi, poi, non ha giudicato un artista incapace di essere affetto da depressione in quanto pieno di soldi e fama?
La depressione è la principale causa di malattie e disabilità nel mondo, e non guarda in faccia a nessuno. Si tratta di una patologia psichiatrica presa troppo spesso sottogamba dall’opinione pubblica, perché parliamo di un mostro silente e affamato che, agli occhi esterni, non esiste, soprattutto se ne parla uno che ha fatto dell’arte la propria vita.
Secondo il rapporto sulle condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione Europea, curato da Istat e Eurostat, nel nostro paese sarebbero 2,8 milioni gli individui affetti da depressione. Inoltre, per l’Agenzia per il Farmaco e per l’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa, sono 11 milioni gli italiani che assumono ogni giorno farmaci contro la depressione.
Si tratta di un tema ricorrente nel mondo della musica, in quanto molte personalità hanno esposto le proprie vite per muovere l’asticella dell’interesse comune. In America se ne parla quasi ogni giorno, ci sono artisti che muoiono a causa di essa (Chester Bennington) o che raccontano il loro percorso di lotta interiore (Bruce Springsteen). Anche in Italia abbiamo chi ha scoperchiato il proprio vaso di Pandora.
Per esempio, Zucchero, in un’intervista a Ok salute e benessere del 2013, raccontò di aver sofferto di “una depressione profonda, quattro anni di disperazione. Se oggi amo di nuovo la vita è per merito della psichiatria e dei farmaci. Tra il 1989 e il 1993, nel periodo in cui ho scritto non a caso l'album Miserere, ero messo piuttosto male. Mi ero separato, avevo problemi personali, mi sentivo senza riferimenti. Più l'umore andava giù e più mi isolavo”. Quella fu anche l’occasione per dare una forte stoccata a chi guarda questa condizione con superficialità: “Qui in Italia non è considerata una malattia. ‘Sei un po' esaurito’, ti dicono, ‘beh, sei giù di corda’. E tu ribatti: ‘Non sono giù, ho la depressione!’. Ma nessuno ti capisce”.
Un anno più tardi, su Repubblica.it, Vasco Rossi parlò della sua prima depressione, giunta “dopo la morte di mio padre, di Massimo Riva e di un mio caro amico di infanzia. Pensavo a come farmi fuori in un modo che non creasse troppi problemi agli altri, ma non l'ho trovato. Vuole una definizione sulla depressione? Quando si ha la depressione sembra che tutto esista solo per romperti i coglioni”.
E se non è il privato a colpire, può farlo il lavoro. Nel 2016, in un’intervista alla tv svizzera RSI, nel programma Storie, il musicista Rocco Tanica ammise di averne sofferto, abbandonando di conseguenza la scena live con gli Elio e le storie tese. “Se esiste un’attività usurante, sottovalutata come tale, è proprio quella del musicista”, concluse.
Anche Ghemon, nel 2017, ha voluto parlare della sua condizione, che l’ha portato a realizzare un disco apposito, Mezzanotte, come ha raccontato a IoDonna: “Qualche tempo fa mi sono ritrovato alla fine di un tour, di una relazione importante e di altre esperienze che si sono chiuse, ed è come se fossi entrato nella fase in cui – come mi piace dire – si va in cantina a recuperare le cose che avevi lasciato lì da qualche parte anche molto prima, per cominciare a farci i conti. È così che mi sono ritrovato faccia a faccia con la depressione, malattia che ho dovuto conoscere, affrontare e con cui ho dovuto imparare a convivere. Ed è così che è nato il disco”.
In tempi ancora più recenti, vale la pena citare Caparezza, che non ha sofferto di depressione, ma di una condizione acustica debilitante, l’acufene, che l’ha portato a produrre versi importanti nel suo ultimo album, Prisoner 709, come nel singolo Una Chiave (“Sguardo basso, cerchi il motivo per un altro passo, ma dietro c'è l'uncino e davanti lo squalo bianco / La vita è un cinema tanto che taci, le tue bottiglie non hanno messaggi, chi dice che il mondo è meraviglioso non ha visto quello che ti stai creando per restarci”).
Celebrità, soldi, potere mediatico. Tutto ciò è ininfluente davanti alla depressione. Lei ti guarda e ti chiude nella sua morsa, indipendentemente da chi tu sia. Per dare un’immagine ben definita, possiamo prendere come riferimento BoJack Horseman, un cavallo antropomorfizzato dell’omonima serie Netflix che affronta proprio la depressione dal punto di vista di una ex star degli anni Novanta in cerca di nuova fama. E, forse, il miglior modo per concludere questo scritto è citare una frase di uno dei coprotagonisti bojackiani: “Credo che la cosa importante da ricordare sia che BoJack è un individuo tormentato che lotta contro un mare di demoni, spesso autogenerati, ma pur sempre reali”.