Abbiamo chiesto a Paolo Madeddu le tre cose che un musicista non dovrebbe mai fare durante un’intervista ma che, puntualmente, fa.
- Evitare di farsi portare dal giornalista dove vuole lui. E anche se è la 20ma intervista, fargli capire che non ha di fronte un labrador: il rimedio è evitare la manfrina passiva domanda-risposta, ribaltando l'incontro in una discussione vera, facendo qualche domanda al giornalista stesso. Non è proibito chiedere espressamente, verso la fine: "Tu cosa pensi di scrivere?" Il 12enne che è in lui potrebbe scoprire di avere responsabilità verso l'intervistato e verso i lettori.
- Evitare l'errore contrario, cioè trattare il giornalista come estensione dell'ufficio stampa, contando che faccia da ripetitore dei 3 input concordati con il press agent, nella speranza che faccia il titolo su quelli. Fare attenzione al giornalista che si sofferma molto su una frase marginale, perché sta pensando di farci il titolo.
- Evitare di tirarsela troppo, perché nel 90% dei casi il giornalista che si ha di fronte non solo non ha sentito l'ultimo disco, ma conosce meno della metà del repertorio. Il che non vuol dire che non bisogna chiedere rispetto, bisogna farlo attirando l'attenzione sulla musica, facendola rispettare, mettendo voglia di ascoltarla, spiegare perché si è convinti che sia bella, e come rappresenta chi la propone. Un musicista che se la tira è più innamorato di sé che della sua musica. Naturalmente, se lo scopo è far arrivare la propria faccia e il proprio brand ovunque, può funzionare. Ma siccome lo fanno anche tutti gli altri, forse il modo migliore per attirare l'attenzione è evidenziare che si è musicisti, a costo di parlare di chitarre, synth e clavicembali.
Ma ecco anche le tre cose che un giornalista non dovrebbe mai fare:
- Il giornalista che punta i riflettori su di sé, sia in un'intervista scritta che televisiva o radiofonica, sta cercando di farsi notare nel modo peggiore. Nella Mia Umile Opinione, se proprio vuole esser degno di nota, dovrebbe fare delle domande che interessino sia il lettore che l'intervistato. Ma è pur vero che molti, tanto lettori quanto giornalisti, interpretano quest'abitudine come segno di vivace personalità. Ed è difficile negare che lo stile-Dagospia favorisca l'intervistatore, che entra nell'intervista gratuitamente e con entrambi gli stupidi stivali.
- Il giornalista che cambia le risposte dell'intervistato per renderle più interessanti o nobilitare il proprio pezzo, facendo dire all'interlocutore quello che il giornalista vorrebbe, usando il proprio linguaggio e lucidando le risposte ottenute, non sta facendo giornalismo. Sta facendo scrittura, storytelling, influencing, altre cose anche rispettabili e ben pagate. Ma non sta facendo il suo vero lavoro.
- Il giornalista che si presta a fare da ufficio stampa all'intervistato, facendogli dire esattamente quello che vuole e permettendogli di vendere il proprio prodotto o il proprio personaggio nel modo migliore, è una brava persona compiacente cui è giusto augurare di diventare direttore di un giornale o di una rete Rai, se non deputato. La cosa avrà perlomeno l'effetto di ridurre la quantità di interviste insulse sparate come degli scoop in homepage o in prima serata.