Ridiamo dignità al mestiere di scrivere
Immagino che voi non abbiate un paio di giorni da dedicare esclusivamente alla lettura di questo articolo, vero? Ok dai, cercherò di essere stringato, difficile dato l'argomento (al quale sono particolarmente legato, per forza di cose) e dato il protagonista della puntata di oggi.
Parliamo di informazione, parliamo di giornalismo musicale e lo facciamo con Federico Guglielmi.
Per chi negli ultimi quarant'anni avesse vissuto in un altro Paese, Guglielmi è giornalista musicale tra i più longevi e influenti della sua generazione, ha raccontato attraverso i suoi articoli, approfondimenti, libri, riviste e programmi radiofonici buona parte della musica alternativa e underground estera e nostrana, da Il Mucchio Selvaggio ad AudioReview, da Velvet a Mucchio Extra (da lui stesso fondate) passando per Rockstar, Rockerilla, Rumore, Blow Up, Classic Rock e altre testate che hanno fatto la storia dell'informazione musicale italiana.
"A metà anni '70 son nate le prime emittenti private, non avevo neanche diciassette anni quando ho iniziato a fare trasmissioni radiofoniche. Ero appassionato di punk, new wave e altre musiche all'epoca "sommerse", e quindi nel 1979 mi proposi al Mucchio Selvaggio, che se ne occupava pochino. Sul piano della scrittura ero corretto ma didascalico, noioso, ma avevo una buona competenza su temi che in pochi conoscevano e quindi mi sono ritagliato spazi sempre più ampi. Poi ho iniziato a collaborare con altri periodici, ho curato e condotto tanti programmi in Rai, cosa che faccio tuttora, ho scritto tanto, ho inventato riviste e parti di riviste, vivendo dall'interno cambiamenti musicali epocali."
Un periodo fertile per l'editoria musicale, quello a cavallo tra i '70 e gli '80: c'era voglia di leggere di cose nuove, c'era voglia di scriverne e diffonderle. Da una decina d'anni è cambiato tutto.
"Quando ho iniziato ci si campava, il mercato dei dischi e delle testate specializzate funzionava e il non essere pagato non era un'opzione contemplata. Potevano darti di più o di meno, ma sbattendosi un po' poteva essere un lavoro "vero". Oggi un free-lance, quando viene pagato (perché non è neanche detto), percepisce meno di venti euro a cartella, che fatte le debite proporzioni sul valore d'acquisto del denaro è meno della metà di quando ho cominciato.
Fino a quando Internet non è diventato un contenitore infinito di materiale totalmente gratuito, le riviste e la radio erano l'unica fonte di informazione. Tutti si lamentavano di vendere sempre "troppo poco", ma si vendeva. La Rete ha portato un'infinità di vantaggi e di comodità, perché consente di avere costantemente sotto mano, e gratis, tutto quello che può servire, ma in pratica ha distrutto la "specialità" di quelli che, come me, avevano passato decenni ad accumulare dischi, libri e giornali allo scopo di possedere conoscenze approfondite. È chiaro che la conoscenza acquisita gradualmente è diversa da quella che si può ottenere assaggiando in mezz'ora un'intera discografia su Spotify e consultando Wikipedia, ma dato che l'attenzione del pubblico è calata e l'informazione richiesta è più superficiale, i professionisti sono meno richiesti. Per tanti editori o mestieranti del settore va bene quasi chiunque, basta che sia appena decente e soprattutto che non pretenda di essere pagato.
Io ho il vantaggio della "memoria storica", perché c'è comunque gente interessata ai racconti sulla musica scritti, magari bene, da qualcuno che certe storie le ha vissute. Peccato che tanti, anche competenti, pensino che i professionisti non servano più, perché "tanto il web dice tutto".
Quale futuro, quindi?
"Grigio. Spero che a qualcuno rimarrà sempre la voglia di leggere cose di un certo livello, di qualità, approfondite, ben scritte, abbastanza da poter far sopravvivere il mio lavoro. Spero che la gente si stufi di leggere in Internet dozzinalità copiancollate e cerchi, non solo su carta ma anche sulla stessa Rete, informazione qualificata… che però in qualche modo deve portare un compenso a chi la offre. Per le riviste cartacee, la vedo dura: qualcuna rimarrà magari cambierà forma, non credo nella scomparsa totale ma in un mercato ristretto di nicchia. Magari riviste fatte molto bene, molto curate, a un prezzo alto, con una periodicità più dilatata. Dal punto di vista personale, tutto sommato, me ne infischio: sto per compiere cinquantasette anni, mi basta tener duro per relativamente poco. Il problema è per chi di anni ne ha trenta, arduo che possano gestire questo lavoro nello stesso modo in cui finora l'ho gestito io."
Certo non un quadro rassicurante, il giornalismo musicale si rivolge ad un pubblico sempre più esiguo, le economie sono in calo, la professionalità si abbassa di conseguenza, ma l'unica via rimane sempre e comunque mantenere alta la qualità.
"È cambiato tutto e in qualche modo cambia anche l'approccio. Un tempo si consigliava cosa comprare, oggi che le nuove produzioni sono infinitamente più di prima, il lavoro è consigliare cosa ascoltare e fornire chiavi di lettura storiche e culturali per ascoltare in modo giusto. Questo, però, presuppone l'esistenza di persone che nella musica vedono "cultura" e non solo uno svago o un sottofondo.
Questo è un lavoro bellissimo, è dinamico, ogni giorno c'è qualcosa di nuovo, non hai orari e quindi alla fine lavori sempre ma non ti pesa, perché da appassionato è un privilegio essere a contatto con gli artisti e con le dinamiche dell'ambiente. Il motore di tutto è la passione, poi la soddisfazione di quando magari scopri che qualcuno ha conosciuto grazie a te musica e "mondi" che gli hanno cambiato la vita, o il musicista che ti fa i complimenti per come hai trasposto in linguaggio scritto l'intervista che gli hai fatto.
Bisogna però tenere a mente alcune cose fondamentali: mai anteporre se stessi alla materia che si sta trattando, l'argomento deve essere sempre più importante del proprio ego, del proprio desiderio di apparire. E poi capire che quello che sai sarà sempre meno di quello che ci sarebbe da sapere. Questo, unito alla cura della lingua, del proprio modo di esprimersi, fa dello scrivere una professione vera."
Il giornalista, insomma, non è "uno che scrive". Ridurre un mestiere nobile come questo a un mero e meccanico atto è forse il delitto peggiore di questi ultimi anni, che è certamente concausa anche di un certo disamoramento nei confronti della critica musicale e dell'informazione musicale più in generale.
Ripartiamo da noi stessi per ricostruire un tessuto fertile, curando il nostro lavoro senza calcoli e senza pensare se ne valga la pena.
Il segreto di Federico Guglielmi?
"Documentarsi sempre, non dare mai nulla per scontato, essere attenti e seri. Insomma, dare dignità al proprio lavoro, anche se farlo bene può comportare sacrifici."