O di come quell’indie pop si sia esaurito in tre anni
Oggi che gli anni ’10 sono finiti e riposti nel cassetto della Storia, possiamo guardarci indietro e vedere gli ultimi anni del pop italiano con un misto di nostalgia e perplessità.
A un certo punto, tutto il circuito musicale – chiuso e apparentemente pago delle proprie serate musicali da 500 paganti – è esploso con una deflagrazione tale da riscrivere la Storia del Pop italiano.
Chi c’era fin dall’inizio, lo sa: tra il 2015 e il 2016, il lavoro di costruzione di una identità musicale dei progetti de I Cani e Thegiornalisti monta a valanga anche grazie al dirompente successo di Calcutta e del suo singolo “Cosa mi manchi a fare”. Le views su YouTube, poi gli spettatori e quindi i cachet aumentano esponenzialmente nel giro di pochissimi mesi: su internet si inizia a parlare di (nuova?) “scena romana”.
La descrivo così nel mio libro “Era Indie”:
#SCENAROMANA
“Se la #scenaromana è stata l’apoteosi dell’indie di questo decennio, allora come Dio è una e trina. Giochiamo: se il Padre è stato Contessa e il Figlio Calcutta, lo Spirito Santo sono senza dubbio i Thegiornalisti. […]
La Santa Trinità non ha bisogno di presentazioni: il Padre Niccolò Contessa con i suoi Cani, esploso in illo tempore come (stavolta davvero) next big thing dell’underground romano e ora affermato autore italiano; il Figlio Calcutta, voce del verbo hype, che se non ha inventato nulla ha perlomeno avuto il merito di aver fuso l’indie col mainstream; e infine, oltre le porte del Paradiso, lo Spirito Santo dei Thegiornalisti e il loro pop ipermelodico e nostalgico per invadere ogni spazio radiofonico, televisivo, forse persino cinematografico”.
(“Era Indie – la rivoluzione mancata del nuovo pop italiano”, Riccardo De Stefano, Arcana, 2019)
Come dicevamo nell’articolo precedente, l’impatto di questa strana “Trinità” ha cambiato il linguaggio del pop e creato uno stuolo di cloni. Ma è stata davvero una scena? E soprattutto, com’è andata a finire la storia?
Credo che tutto quanto possa essere riassumibile con tre canzoni di quel periodo, che ci mostrano facilmente le differenze tra i tre artisti e preannunciavano gli sviluppi futuri – cioè l’attuale presente.
TRE STRADE DIVERSE
“Aurora” de I Cani, uscito a gennaio 2016 e attualmente ultimo disco in studio per il progetto di Niccolò Contessa, si chiude con l’adagio per piano elettrico “Sparire”, che sulle ultime note ci suggerisce che “anche a sparire ci si deve abituare”. Forse per coincidenza, forse no, da quel momento la presenza di Niccolò Contessa si fa fantasmagorica, lavorando nell’ombra come produttore: suo il lavoro dietro “Faccio un casino” (2017) e “È sempre bello” (2019) e inevitabilmente merito suo anche il successo del progetto.
Calcutta si lascia prima ingolosire (forse suo malgrado) dalle sonorità radiofoniche con “Oroscopo”, che si salva in corner con un bridge acustico, per poi invece realizzare un disco dalle sonorità quasi ‘70s con “Evergreen”, staccandosi dalle tentazioni del facile airplay radiofonico.
E i Thegiornalisti?
“Tommaso Paradiso poteva diventare sia la voce della generazione indie, ma anche del linguaggio mainstream pop soltanto scegliendo quale tipo di pop fare. Tommaso rifiuta però il pubblico che aveva avuto fino a quel momento – quello indie, che si è stufato dei preconfezionamenti radiofonici – per realizzare solo un altro tormentone estivo, che suona proprio come la gente si aspetta suoni un tormentone estivo. Ecco il punto di rottura dell’indie. L’indie si è sviluppato perché parlava di un disagio generazionale, quell’interiorità per cui noi non abbiamo colpa per la condizione, rilassata e borghese, lontana dal vero orrore della sopravvivenza quotidiana, ma ce ne lamentiamo ugualmente, e i nostri first world problems diventano tutto. Riccione, con il suo ritornello sguaiato e improbabile è la fine della #scenaromana e di un mondo come lo conoscevamo”.
(“Era Indie – la rivoluzione mancata del nuovo pop italiano”, Riccardo De Stefano, Arcana, 2019)
LE SACRE LEGGI DEL DIO POP
Seppure sarebbe ingiusto indicare Paradiso come il responsabile dell’abbassamento del linguaggio pop di questi tempi, è innegabile notare come, prima con “LOVE” e in seguito con la propria carriera solista, il suo linguaggio musicale si sia appiattito perdendo in efficacia emotiva, a favore di un pop dal grande piglio di pubblico, ma sempre più lontano dall’essere personale e convincente.
Gli ultimi due singoli usciti a proprio nome, “Non avere paura” nel settembre 2019 e “I nostri anni” a inizio 2020, rappresentano quanto questo mondo musicale – quello che una volta chiamavamo indie – è cambiato: il video del primo singolo ci mostra Tommaso in studio di registrazione tra i suoi “nuovi amici”, tra cui Jovanotti, Fiorello, Fiorella Mannoia, Francesca Michielin, Elisa, Francesco Mandelli e via dicendo, quasi a sottolineare il suo fiero allontanamento dal circuito underground e l’ingresso nel gotha del pop italiano, mostrandoci “un Tommaso Paradiso senza più freni o ostacoli, che non ha più bisogno del moniker della band per vendere dischi, ma che probabilmente ha rinunciato all’ultima cosa che lo teneva ancora legato a una scrittura non completamente genuflessa alle sacre leggi del Dio Pop”.
E ORA CHE RIMANE?
Adesso rimane la sensazione di aver perso qualcosa, specie per chi c’era prima e quel mondo l’ha visto nascere e crescere – e morire. Ovviamente consci del fatto che nessun successo è regalato e che ogni percorso artistico è giusto e valido, quel sentimento di condivisione, anche se magari apparente e più di facciata, è andato perso per sempre. Con esso, l’idea che si possa mantenere una propria coerenza musicale senza rinunciare al successo e alla visibilità che questo porta.
Così, il grande pubblico conosce e ama Tommaso Paradiso e ignora chi sia Niccolò Contessa, forse vero artefice del fenomeno che una volta chiamavamo “indie”, e magari rimane perplessa su un Calcutta, considerato inarrivabile da tanti e ancora sconosciuti agli altri.
Forse la rivoluzione mancata dell’indie – o del nuovo pop italiano – è stata questa: rinunciare alla propria innocenza e diventare l’ennesimo ciclico ritorno dell’uguale, pura e semplice musica di consumo, da fischiettare e dimenticare.