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Quando c'era Lui. Manuel Agnelli e la (scomparsa) scena alternative

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C'era una volta la scena alternativa italiana. No, non stiamo parlando delle cosiddette scene “indie”, tutte hashtag e video virali sui social, ma di un intero mondo di artisti e musicisti italiani capaci di fare squadra e affrontare le difficoltà della discografia italiana degli anni zero.

Sembra infatti una vita fa, un secolo fa, quando Manuel Agnelli non era ancora davanti l'occhio della telecamera a urlare “standing ovation!” o “quattro SÌ” per un pubblico televisivo che lo (ri)conosce soltanto per i suoi caustici commenti da talent.

Manuel Agnelli infatti – ve lo ricordate? - era il cantante degli Afterhours, che i ragazzi e i giornalisti più smaliziati conoscevano e amavano, lontano dalle classifiche e dalle dinamiche commerciali del mainstream. Ma Manuel Agnelli era anche il centro, il simbolo di un'intera scena musicale italiana che muoveva i passi all'ombra del successo e del riconoscimento nazionale, capace però di generare grande musica e formando un pubblico ben definito, attento e interessato ai contenuti proposti tanto dalla sua band quanto dal circuito che negli anni era riuscito a creare intorno a sé.

Erano infatti i primi anni del 2000, quando gli Afterhours erano ancora una band in via di affermazione e definizione, che Manuel Agnelli decide di mettere su, con il supporto della sua etichetta Mescal, un festival itinerante per raccontare quello che stava accadendo nella nuova scena musicale italiana: il Tora! Tora! Festival.

A leggere oggi i nomi di quel cartellone di eventi poco ci sembra rivoluzionario, vedendo gente del calibro di Verdena, Massimo Volume, Almamegretta, Linea 77... Eppure in quegli anni un evento come il Tora! Tora! era l'unico modo per realizzare qualcosa che riuscisse ad attirare l'attenzione dei media generalisti (e spesso anche di quelli specializzati), sempre troppo attenti ai fenomeni mainstream e ai prodotti imposti dalle case discografiche.

L'obiettivo dichiarato del Tora! Tora! era di creare attenzione intorno una scena musicale alternativa indipendente, non tanto affine per genere o stile musicale, per proporre qualcosa che fosse realmente alternativo, appunto, a quello che era dato in pasto agli ascoltatori in ogni ambito musicale. L'esperimento del Tora! Tora! durò alcuni anni, fino al 2005, quando di fatto si concluse per mancanza di fondi.

Creare un festival da zero non è sicuramente qualcosa di scontato e immediato, e va riconosciuto il talento e la caparbietà di Manuel Agnelli di essersi messo in gioco per primo per supportare e rilanciare la scena musicale italiana. Ma non fu solo quell'esperienza a palesare l'essenzialità di una figura come quella di Agnelli in Italia: infatti dopo la contestata e criticata (dai fan) apparizione a Sanremo del 2009, gli Afterhours fecero uscire una compilation chiamata Il Paese è reale per raccontare quel “paese”, soprattutto quello musicale, che aveva ancora molto da dire e da fare nell'ambito di una scena alternativa che ancora trovava difficoltà ad imporsi.

L'album infatti sfruttava come traino il singolo sanremese omonimo, per promuovere però un’intera lista di autori e band spesso sconosciuti o ignorati dai più, artisti validissimi e di primo livello del calibro di The Zen Circus o Paolo Benvegnù.

Ancora di qualche anno successivo è il mini festival itinerante di Hai paura del buio, nome simbolico di un percorso musicale e artistico che era iniziato 25 anni prima con l'album omonimo: sulla scia del Tora! Tora! Festival, l'intento dell'Hai paura del buio era di far partecipare band ormai “storiche” della scena alternativa, di fianco ad attori teatrali e nuove promesse della ambito musicale italiano, tutte accomunate da quell'approccio musicale che da sempre attraversa la scena musicale alternativa italiana. Potevi così goderti in una sera lo show di Antonio Rezza e di seguito vedere la Fuzz Orchestra, Enrico Der Mauer Gabrielli, Vasco Brondi o il Teatro degli Orrori: un fil rouge artistico e musicale chiaro e importante.

Poi però, più nulla. E benché non si possa certo dire che sia mancato l'interesse da parte di Manuel Agnelli di fare scuola, unire le voci, supportare le realtà più indipendenti - mentalmente parlando - e libere sia in ambito musicale che in ambito sociale, dalla sua apparizione a X Factor ad oggi qualcosa sembra essere cambiato, specialmente andandoci a rileggere le sue dichiarazioni per la prima stagione, quando sosteneva che era un modo per avere più voce in capitolo per continuare la sua “Battaglia” per la buona musica in Italia.

C'è, e mi duole ammetterlo, ancora oggi dello stupore nel paragonare questi due artisti, così diversi pur rimanendo la stessa persona, eppure apparentemente lontani da un secolo: da un lato il Manuel Agnelli portavoce di una scena musicale indipendente italiana, alla ricerca di una formula per rilanciare non solo la propria musica e i propri contenuti ma anche quelli degli Artisti che sentiva vicini alla propria idea musicale; dall'altra l'istrionico personaggio televisivo, perfettamente calato nella parte del giudice cinico e spietato del talent show, che ci ha regalato progetti musicali come i Maneskin, con tutte le conseguenze del caso.

Dopo Manuel Agnelli, nessuno ha più provato a muovere un dito per cercare di fare scuola, squadra, “Tortuga”, lasciandoci in balia di tantissimo pop indie, capace di sbarcare negli stadi, prigionieri della trap che sembra essere l'unico appiglio generazionale per chi ha meno di 25 anni.

Nessuna difesa contro il sempre più dirompente effetto del pop mainstream su di un circuito di artisti - di qualsiasi taglio ed estrazione musicale - tanto più interessati a fare sold out nei Palazzetti che a cercare di raccontare qualcosa di diverso, che c'era e c'è sempre stato in Italia, almeno fino a qualche anno fa. Quando c'era Lui.

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