Sembrerà assurdo, oggi, in un mondo dominato dal post punk e dal rap, ma una volta il progressive rock era un genere “cool”, o perlomeno capace di vendere.
Non solo: l'Italia era all'avanguardia e tra i principali esportatori di questa musica, capace di travalicare i generi e esplorare la struttura della canzone tradizionale, osando in strumentazioni non consone e durate al di là del formato-singolo.
Esperienze come quella degli Area, del Banco del Mutuo Soccorso, de Le Orme, ancora oggi sono tra le più importanti del nostro Paese, apprezzate e amate in tutto il Mondo. Ma nessuna band ha avuto lo stesso impatto e successo internazionale della Premiata Forneria Marconi.
Partiti come “I quelli”, al lavoro su “La buona novella” di De André, si consolidano come formazione che vede Franz Di Cioccio alla batteria, Franco Mussida alla chitarra, Flavio Premoli alle tastiere, Mauro Pagani al flauto e al violino e dapprima Giorgio Piazza poi Patrick Djivas al basso. Il successo in Italia inizia con “Storia di un minuto” del 1972, che, trainato dal singolo “Impressioni di settembre” lancia la band come il miglior esempio di una musica dallo spessore internazionale ma dal cuore italiano, rendendoli nel giro di pochi anni la band di punta della scena progressive.
Nel 1975, il sogno sembrava dietro l'angolo: sfondare nel mercato statunitense, dove il gioco era davvero rilevante. D'altronde, le attenzioni internazionali non mancavano. I lavori precedenti avevano con successo superato le Alpi e perfino l'Atlantico, grazie alle traduzioni (anzi, rivisitazioni) in lingua inglese di Pete Sinfield, già paroliere per i King Crimson, rendendo “Photos of Ghosts” e “The world became the world” piccoli ma rilevanti successi internazionali, trasformando la Premiata Forneria Marconi in PFM (per rendere il nome più facile da pronunciare per gli anglosassoni) e elevandola da piccola band di un Paese periferico a nuova rivelazione musicale, favoriti dal contratto con la Manticore Records di Greg Lake, voce e basso degli Emerson, Lake & Palmer.
Le prime tourneé oltreoceano avevano avuto un buon, se non ottimo, riscontro. Ma in fondo, noi italiani siamo sempre stati visti come provinciali, e in un certo senso, l'anima popolare – più che pop – della PFM era il segreto del loro successo (prendete ad esempio la proto-tarantella di “È festa” AKA “Celebration”).
Però per il grande successo serviva giungere a compromessi: il primo compromesso sta nel realizzare un nuovo lavoro in studio già nato e pensato per il mercato inglese, anzi, addirittura specificatamente americano. Non quindi una rivisitazione di brani del passato ma un lavoro ex-novo esclusivo e mirato a un certo pubblico.
Il secondo è l'ingresso di Bernardo Lanzetti, già cantante degli Acqua fragile, come frontman e cantante, per dare una credibilità linguistica al maccheronico inglese della band e dotare il complesso di un vocalist di ruolo. Lanzetti, e forse non è un caso, ha un timbro di voce molto simile a quello di Peter Gabriel, di recente uscito dai Genesis, anche se a tratti ricorda più lo stile di Roger Chapman dei Family, specialmente per quel che riguarda il vibrato, il che lo rende immediatamente riconoscibile e forse troppo assimilabile ai gruppi di riferimento.
Il risultato di questi due fattori è “Chocolate Kings”, sesto album per la band. Ora, realizzare un lavoro per un mercato nuovo e diverso, senza il lavoro di parolieri come Mogol o Sinfield, lascerebbe presumere l'interesse della band nel concentrarsi sugli elementi che hanno reso forte e riconoscibile sia il sound del complesso, sia i contenuti, spesso “favolistici” o comunque legati alle tematiche tipiche del genere. Invece in “Chocolate Kings” l'intento della band è quello di realizzare un album che faccia pensare, e che provi a far pensare proprio il loro nuovo pubblico: gli americani. Sono infatti i testi di Mauro Pagani e Lanzetti la vera novità. La title track non le manda a dire: seppure i chocolate kings erano i soldati americani che liberarono l'Italia nella Seconda Guerra Mondiale, così chiamati perché distribuivano tavolette di cioccolata alle persone, quasi per compensare gli orrori delle morti e della guerra, il brano attacca in una chiave più larga e in maniera diretta l'all-american way e la perversa vita consumistico-capitalista del Paese-a-stelle-e-strisce: “Her supermarket kingdom is falling, her war machines on sale, no one left to worship the heroes, her TV gods have failed”.
Un tale approccio “schierato” era sì una novità per la PFM, ma non un'assurdità. D'altronde il clima politico italiano di quegli anni ha sempre avuto una eco nei contenuti del progressive rock nostrano, basti pensare agli schieratissimi Area o al Banco del Mutuo Soccorso con la loro “Canto nomade per un prigioniero politico”, molto lontani dai discorsi fantasy o poetici ma lontani dal reale della controparte albionica, ignara delle turbolenze italiche.
Ciliegina sulla torta sarà la celebre copertina: questa, infatti, non lesina in coraggio, tanto quanto non lo fa in ingenuità, mostrando una tavoletta di cioccolata avvolta in una bandiera americana a mo' di carta stagnola, strappata.
Commenterà in seguito Franz Di Cioccio, batterista e frontman dagli anni '80 della band:
«Venimmo accusati di essere “commerciali” – un’accusa che oggi appare una sciocchezza – e i testi in inglese rinfocolarono le polemiche degli anticapitalisti a oltranza. [...] Parlava del consumismo americano. Parla della supremazia americana nel mondo, ma senza demonizzare gli States, di cui venivano fuori anche gli aspetti più stimolanti e positivi. Insomma non era un manifesto politico, ma una riflessione critica.»
Ma forse per il periodo (in fondo il disco esce nel 1975, nella fase tarda del progressive e già con il sentore del punk e della disco nell'aria), vuoi per i compromessi di cui sopra (il nuovo vocalist, talentuoso ma spersonalizzante e il messaggio esplicito del disco), “Chocolate Kings” non avrà il successo sperato, perlomeno non negli USA, dove passerà senza lasciare troppe tracce, così come in Italia, ancora lungi dall'essere abituata alla lingua inglese, specialmente se cantata da compatrioti. Senza reali motivi d'altronde: “Harlequin” e “Out on the roundabout” mostrano una band al picco della sua creatività e del suo estro musicale (non a caso i due brani rimangono tra i più suonati nelle esibizioni live), anche se rimane curioso il collegamento nei titoli a due capisaldi del progressive inglese (i Genesis, autori di una “Harlequin” in “Nursery Cryme” e gli Yes autori di “Roundabout” in Fragile). La già citata title track “Chocolate Kings”, “Paper charms” e soprattutto “From Under” non sono da meno, a dimostrazione di un album compatto e di assoluto livello.
“Chocolate kings” è forse il primo tentativo di una band squisitamente rock di imporsi in un mercato diverso, in una lingua diversa. E seppure “a metà” (perché di fallimento non si può parlare, dato poi l'exploit in terra nipponica e i numerosi tour negli States), condizionato da delle ingenuità capaci di mostrare però la spontaneità della band, è un momento importante per la musica italiana nel Mondo, oltre che un disco ancora oggi godibilissimo.